Mi sono resa conto di essere un po' indietro con la mia reading challenge e con mie riflessioni.
E non voglio perdere altro tempo.
Questo è anche il pensiero che, il pomeriggio del suo centesimo compleanno, spinge Allan Karlsson a scavalcare il davanzale della sua finestra dell'ospizio e andare via.
Senza riflettere. In pantofole. A fatica salta e se ne va.
Va a riprendere parte all' avventura che dentro quelle mura ha dovuto fermare: la vita.
Proprio lui che non si era fermato mai e che niente e nessuno aveva fermato.
La storia è un susseguirsi di incontri casuali che aprono la porta ai ricordi di incontri passati e si intrecciano alla Storia, sì quella dei manuali di scuola.
Ma con Allan i paragrafi lenti e pieni di nozioni spariscono per lasciare il posto a fotografie private di personaggi illustri, che ci appaiono, finalmente per ciò che sono: persone.
Con pregi e difetti, che per una serie di eventi fortuiti si trovano a guidare altre persone, sono capi.
Come Allan, a suo modo lo diventa per una sgangherata combriccola.
Come nei manuali di Storia, non mancano complotti, morti e misteri che trovano risposte solo alla fine.
Come nella vita, che altro non è che una storia ancora da leggere.
Non è forse vero che ognuno vive i suoi gialli, i suoi romanzi rosa, i suoi thriller, i più fortunati epiche e poesie, facendo dei giorni pagine piene di suspense?
A Jonas Jonasson va il merito di aver condito il tutto con una buona dose di ironia, ottima per renderci complici di Allan nella sua fuga.
Insomma, il centenario che saltò dalla finestra e scomparve è un po' un Forrest Gump scandinavo, a ogni pagina "non sai mai quello che ti capita".
Come mai l'ho inserito nella categoria #un libro ambientato in un posto in cui non sono mai stata?
Per diverse ragioni:
Mai stata in un ospizio, mai stata in Svezia, ma soprattutto, perché nessuno di noi è mai stato nel posto in cui si ritrova dopo aver letto un libro.
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