L'acqua non è una cosa che puoi trattenere. Come gli uomini. Ho provato. Padre, fratello, amante, amici veri, fantasmi affamati e Dio, uno per uno, tutti mi sono scivolati via dalle mani. Forse è così che deve essere quello che gli antropologi chiamano il “rischio medio” dell'incontro con altre culture. Fu un antropologo a spiegarmi cosa fosse il rischio. Sottolineava l'importanza di usare, parlando di queste cose, il termine incontro piuttosto che ad esempio scoperta. Pensala come differenza – disse – tra il credere ciò che vuoi credere e il credere ciò che può essere provato. Ci pensai. Non voglio credere a nulla, dissi. (Ma mentivo). E non ho nulla di dimostrare. (Mentivo ancora). Mi piace soltanto viaggiare nel mondo e fermarmi, osservando cosa c'è sotto il cielo. (Questo è vero).
Anne Carson è considerata una delle penne più importante della cultura canadese, penna non scrittrice, perché riduttivo e inadatto a classificare questa autrice. Come inclassificabile è questa opera. Antropologia dell'acqua mi è capitato tra la mani in biblioteca: preso! Ma mai nessuna lettura fu tanto sfuggente.
Le parole fluiscono nelle pagine, ristorano i pensieri, li dissetano; creano rivoli che uniscono la narrazione alle esperienze personali, le sue le mie, fluide si mescolano.
Mi ha sempre affascinato la capacità del linguaggio di adattarsi e prendere la forma del suo contenitore, del contesto in cui viene usato.
Cambiamo registro, lessico, addirittura la prosodia come l'acqua che cambia stato, muta la sua forma. Diventa altro da sé, pur restando se stessa.
I pensieri, le parole sono fatte d'acqua, origine della vita.
#un libro che non sia un romanzo...e questo, decisamente non lo è.