sabato 11 maggio 2019

Lezioni.

banale agg. [dal fr. banal «appartenente al signore», poi «comune a tutto il villaggio», e di qui il sign. moderno; der. di ban «bando»]. – 1. Privo di originalità o di particolare interesse, quindi comune, ovvio, scontato.

 Da bambina avevo una strana abitudine: leggevo il dizionario.
Quando usavo una parola inappropriata, fuori contesto, mio padre mi invitava a cercarne il significato. Così ho iniziato. Ricordo bene il piacere che ne scaturiva ogni volta; era come se, attraverso quelle pagine, avessi trovato l'accesso a un mondo parallelo. Ogni giorno usiamo le parole, ci illudiamo di conoscerle, di saperle utilizzare, ma esse, creature meravigliose, hanno molte facce, molti colori; alcuni ci appaiono subito, altri invece sono sfumati o cangianti, ci sfuggono per poi apparire davanti a noi limpidissimi.
Col tempo, il dizionario, è diventato un inseparabile compagno di viaggio per le mie avventure tra le pagine.

Lo strumento indispensabile per procedere nei testi, per cogliere la trama che le parole tessono le une con le altre.

Leggere, a volte, è come accarezzare un tessuto. 
Testi lisci, testi ruvidi, testi freschi, testi caldi. Alcuni hanno il profumo del bucato asciugato al sole, altri il tanfo stantio dei vecchi cassetti. Hanno pieghe e buchi, macchie, colori pieni o sbiaditi. 
Alcuni pungono, prudono, altri ci accarezzano e vorremmo sempre sentirli sulla pelle.
Così, per i testi, per i libri, capita che per tenerli sempre con noi, ne impariamo dei brani a memoria, così che, come la sciarpa preferita ci abbraccia nelle giornate invernali, possiamo avvolgerci in loro al bisogno.

Citazioni. Ecco il loro nome. 
Frammenti di pensieri altrui, che a volte sentiamo così nostri, da dimenticarne l'origine.
Le richiamiamo alla mente, come si fa con i ricordi.

Però, talvolta, capita che in questo processo di appropriazione, esse cambino. 
O vadano a infilarsi nel cassetto sbagliato della memoria.  

Un esempio?

Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.
 Italo Calvino, Lezioni Americane. Così avrei risposto senza esitazione alcuna. Come se mi aveste chiesto il nome del mio primo cane; come fosse stata mia. Un mio pensiero. Il mio pensiero su come vorrei fosse la mia vita.

Eppure, no.
L'altra sera, in preda a un momento di sconforto, in cui avevo bisogno di sentire la morbidezza della trama di quelle parole sulla mia pelle, ho preso in mano il libro in cui ero certa l'avrei trovata. Non era lì. 
Non così. 
La prima delle lezioni è sì Leggerezza e sì la "citazione" racchiude il senso del suo discorso, ma lei, non c'è.

Lei è un distillato. Un concentrato di quel pensiero lungo, denso e articolato. Una semplificazione.

Ho riletto la Lezione più volte. Volevo essere sicura, si trattasse di questo: semplificazione.

Temevo infatti di essere caduta in una gabbia, le cui trappole vedo ovunque: la banalizzazione.
Che i tessuti, le trame, riduce a brandelli; i pensieri a stracci; le frasi a slogan.
Adatte a essere urlate, gridate ché tutti le sentano, come fa il banditore.
Rischioso, ridurre i pensieri così. Lasciare che le trame si sfilaccino, diventino inconsistenti.
Si rischia di perdere qualcosa.
Mettere al bando i pensieri, è pericoloso.

Ho chiuso il libro. Ho tirato un sospiro di sollievo.
Per fortuna, a suo tempo lessi il dizionario.