domenica 27 ottobre 2019

[...]Salutiamo gli amici, i musicisti e le ragazze sollevando il bicchiere dell'addio.[...]

La Reading Challenge, ormai possa dirlo, è archiviata. Non fa per me, leggere seguendo una lista, la curiosità è troppa, il desiderio di evadere è invincibile.
Bandiera bianca! 

Ma. Sì, perché un conto è non essere riuscita a leggere un libro per ciascuno dei punti previsti dalla lista, un conto è arrendersi a non leggere. Questo mai.

E infatti, eccomi qui. 
Archiviate le letture estive (delle quali, un giorno forse vi scriverò) copertina d'ordinanza a raccontarvi il libro che mi ha riportato qui.
Benni.
Dancing Paradiso.
Non uno scrittore eccezionale in senso assoluto, del resto chi lo è? Ma eccezionale per me. Quello che sa suonare le mie corde, che sa parlare al mio cuore sussurrando ai miei neuroni.
Uno che ha sempre il racconto giusto per riavvicinarmi alla lettura. 
Dancing Paradiso è una storia di reietti. Gente ai margini. Per scelta. A volte altrui.
Perché se è vero che nessuno è un'isola, è altrettanto vero che ritrovarsi isolati, in questa società è un attimo.
Emarginati dunque che seguendo il filo di luce che filtra dalla porta di un locale si ritrovano. Ritrovano sé stessi, stando insieme ad altri per un'ultima volta.
In un abbraccio che, se fosse arrivato prima, forse... 
Ma la vita è così, spesso. 
Non sempre. A volte ne vale la pena.
Ed è per quelle volte che troviamo la forza di alzarci dal letto. Che ci trasciniamo fuori casa. Che saltiamo giù da un letto d'ospedale e ci godiamo il brindisi.

venerdì 2 agosto 2019

Marmaglia. Il lato oscuro di una cartolina estiva

Repliche in tv, voglia di gelato, labbra salate, tormentone latino: l'estate comincia, così, da sempre. Per tutti.

Ma per i cagliaritani della mia età, l'estate cominciava ufficialmente con il primo live del suo gruppo: salivano sul palco, lui cantava, tu ballavi tutta la notte e questo bastava a dimenticare l'anno trascorso.
Bocciature all'ultimo esame, amori finiti, delusioni, tutti i problemi, per una sera venivano spazzati via, li purgavi sudando sotto al palco. Poco ma sicuro.
Bastava poco, a vent'anni.
Sì, ma cosa succede dopo? Quando le certezze della gioventù iniziano a vacillare, quando ti accorgi che i sogni,
si possono trasformare in incubi come scherzi finiti male?

Un racconto onirico, a tratti delirante che corre sulle strade di Cagliari.
Una città lontanissima dalle cartoline dei turisti, dove protagonista è la periferia con i suoi personaggi grotteschi, crudeli come la vita che ti porta via la giovinezza.
Un noir, sì forse. Ma non solo.
Perché tra le pagine, come in una danza, la risata prende sotto braccio il dolore, lo spinge e l'allontana, ma si tengono stretti mentre amore e odio danno il tempo con le mani e vita e morte continuano a saltare fino a perdere il fiato.

Sapeva cantare Lele, e sicuramente sa scrivere Emanuele Pittoni.

sabato 11 maggio 2019

Lezioni.

banale agg. [dal fr. banal «appartenente al signore», poi «comune a tutto il villaggio», e di qui il sign. moderno; der. di ban «bando»]. – 1. Privo di originalità o di particolare interesse, quindi comune, ovvio, scontato.

 Da bambina avevo una strana abitudine: leggevo il dizionario.
Quando usavo una parola inappropriata, fuori contesto, mio padre mi invitava a cercarne il significato. Così ho iniziato. Ricordo bene il piacere che ne scaturiva ogni volta; era come se, attraverso quelle pagine, avessi trovato l'accesso a un mondo parallelo. Ogni giorno usiamo le parole, ci illudiamo di conoscerle, di saperle utilizzare, ma esse, creature meravigliose, hanno molte facce, molti colori; alcuni ci appaiono subito, altri invece sono sfumati o cangianti, ci sfuggono per poi apparire davanti a noi limpidissimi.
Col tempo, il dizionario, è diventato un inseparabile compagno di viaggio per le mie avventure tra le pagine.

Lo strumento indispensabile per procedere nei testi, per cogliere la trama che le parole tessono le une con le altre.

Leggere, a volte, è come accarezzare un tessuto. 
Testi lisci, testi ruvidi, testi freschi, testi caldi. Alcuni hanno il profumo del bucato asciugato al sole, altri il tanfo stantio dei vecchi cassetti. Hanno pieghe e buchi, macchie, colori pieni o sbiaditi. 
Alcuni pungono, prudono, altri ci accarezzano e vorremmo sempre sentirli sulla pelle.
Così, per i testi, per i libri, capita che per tenerli sempre con noi, ne impariamo dei brani a memoria, così che, come la sciarpa preferita ci abbraccia nelle giornate invernali, possiamo avvolgerci in loro al bisogno.

Citazioni. Ecco il loro nome. 
Frammenti di pensieri altrui, che a volte sentiamo così nostri, da dimenticarne l'origine.
Le richiamiamo alla mente, come si fa con i ricordi.

Però, talvolta, capita che in questo processo di appropriazione, esse cambino. 
O vadano a infilarsi nel cassetto sbagliato della memoria.  

Un esempio?

Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.
 Italo Calvino, Lezioni Americane. Così avrei risposto senza esitazione alcuna. Come se mi aveste chiesto il nome del mio primo cane; come fosse stata mia. Un mio pensiero. Il mio pensiero su come vorrei fosse la mia vita.

Eppure, no.
L'altra sera, in preda a un momento di sconforto, in cui avevo bisogno di sentire la morbidezza della trama di quelle parole sulla mia pelle, ho preso in mano il libro in cui ero certa l'avrei trovata. Non era lì. 
Non così. 
La prima delle lezioni è sì Leggerezza e sì la "citazione" racchiude il senso del suo discorso, ma lei, non c'è.

Lei è un distillato. Un concentrato di quel pensiero lungo, denso e articolato. Una semplificazione.

Ho riletto la Lezione più volte. Volevo essere sicura, si trattasse di questo: semplificazione.

Temevo infatti di essere caduta in una gabbia, le cui trappole vedo ovunque: la banalizzazione.
Che i tessuti, le trame, riduce a brandelli; i pensieri a stracci; le frasi a slogan.
Adatte a essere urlate, gridate ché tutti le sentano, come fa il banditore.
Rischioso, ridurre i pensieri così. Lasciare che le trame si sfilaccino, diventino inconsistenti.
Si rischia di perdere qualcosa.
Mettere al bando i pensieri, è pericoloso.

Ho chiuso il libro. Ho tirato un sospiro di sollievo.
Per fortuna, a suo tempo lessi il dizionario.

domenica 7 aprile 2019

Fin qui, ovvero come la buona musica può salvare un uggioso pomeriggio primaverile

Ci sono cose che non hanno valore e ce ne sono altre che non hanno prezzo.

Un libro che non ricordavi aver comprato, lasciato sul comodino.
Girovagare e perderti nelle strade sempre uguali del tuo paese, immutate eppure diverse.
E un nuovo album, in un insolito pomeriggio di pioggia, da ascoltare, gli occhi socchiusi, in un posto che puoi chiamare casa interrogandoti su come sei tornata fin qui.

Perché  in ogni brano c'è qualcosa di te, di famigliare, un profumo un rumore che hai sempre avuto dentro e riemerge a sussurrarti un ricordo sopito.
Personalissimo eppure  universale, come solo la poesia può essere.
C'è la tradizione del miglior cantautorato italiano, quello che fa pensare e sorvolare la vita, con la leggerezza nel cuore di Calviniana memoria.
Dieci tracce da seguire per un viaggio dentro se stessi e nella storia di questo paese, l'Italia, che puoi lasciare, ma non ti lascia mai.
E ci sei tu. Chiunque tu sia che ti guardi, finalmente più  dentro che intorno, cresciuto, scoprendo che in fondo, hai gli occhi di tuo figlio e che furono di tuo padre.
E c'è Bologna, la rossa dei tetti di  tegole e del sangue delle stragi.
Con la quiete dei morti e le grida soffocate dal caldo di una mattina d'estate.
E c'è il rosso di rabbia cieca di chi vuole la guerra, ma la fa combattere agli altri. Ieri come oggi. Giovani di un Sud terra matrigna, che pare odiarti spingendoti via, che per ogni pugno ha una carezza. Ché siamo tutti Vincenzo e all'onore di una medaglia al valore, preferiremo l'oblio.
Il nero della notte senza stelle, senza riferimenti da seguire, buia come il tempo che viviamo.
E c'è lo sguardo tenero e umido di chi si scopre l'amore dentro, che quell'amore vorrebbe cantare e ne vorrebbe scrivere ma non trova le parole e allora lascia che le metafore si rincorrano libere tra i pensieri e siano i corpi a parlare.
Ed esplodono i colori, pieni, senza sfumature e ogni nota è una pennellata che ti disegna dentro un sentiero, che ha bivi, dubbi e poche certezze.
C'è  tutto quello che sei e sei stato, e c'è  il sorriso per quello che sarai nel nuovo album di Dario Coriale Fin qui che ha scelto la piattaforma Produzioni dal basso (questo il link per sostenere il progetto) per distribuire il suo secondo lavoro.

domenica 3 febbraio 2019

un libro ambientato nella mia città. Racconti con colonna sonora e altri «in giallo»

Non sono sparita. Sto facendo ordine, o come va molto di moda adesso decluttering, eliminando il superfluo.
Negli oggetti sì, nella vita di tutti i giorni. Tra i pensieri. Soprattutto.

Non è semplice. Ma questo lo sapete già. Non lo è svuotare l'armadio, i cassetti...
Ti ritrovi in mano quel pantalone che hai indossato fin dalle medie, liso, sbiadito, non ti entra, lo sai, e benché sia alla moda, tu non hai più sedici anni. Ma.
Un'illuminazione, lo indossavi a quel concerto, quando hai dato quel bacio. E lo lasci lì. Appeso. A imperitura memoria di un bel ricordo.
Passi oltre.
Getti via qualcosa.
Un tessuto freddo. Lo riconosci senza ancora scorgerne le fattezze.
Eri vestita così quando lui ti ha mollata. Sola. Era novembre.
Chissà perché è sempre novembre...
Lo prendi, quello straccio, lo guardi. Sei pronta a gettarlo via. 'Fanculo.
Ma lo stringi tra le dita. Lo volti, ha il tuo volto triste in ogni trama.
Buttalo. Lascialo andare.
È già nel bidone.
Lo ripeschi.
Ti fai male ancora per un po'.

È così. Anche con i pensieri.

Poi accade qualcosa.
E riesci, davvero, a lasciar andare via.
Non più una piena, una devastante alluvione di lacrime.
No.
Un lento defluire, il troppopieno dei tuoi pensieri funziona. E vanno via.

E puoi guardare oltre; puoi guardare indietro. Ma sorridendo, nonostante una nuova ruga intorno alle labbra.

E puoi tornare.
Attraverso le pagine, a camminare su strade che conoscevi a memoria. Che il tempo non ha cambiato, eppure sono diverse.
Le conoscevi già e le scopri nuove.
E i rumori mutano in musica. Note. Pause. Silenzi.
Una melodia.
Triste. Nera. Violenta.Tragica.
Il dramma delle vite umane, che si consuma, che a volte finisce sulle pagine di cronaca.
Altre no. Succede e basta.
Passa, in silenzio.

Lascia una traccia.
Un indizio che non porta a niente.
Ma non è ciò che conta.
Perché, la vita, è spesso irrisolta.
Non sempre c'è un colpevole.

Di sicura, qualcuno da assolvere.
Perdonare. Tra i pensieri.
Per lasciarlo andare.

Racconti con colonna sonora e altri «in giallo»




giovedì 6 dicembre 2018

Un libro scritto da qualcuno più giovane di me; perché non sempre l'età da saggezza, ma il tempo che passa, quello sì, credo aiuti

Alla fine, anche dicembre è arrivato.
Con le giornate brevi, con collane di led colorati che riempiono le gocce di nebbia, sospese tra gli alberi sempre più nudi.
Con le sciarpe e i berretti, i piedi freddi, e il coraggio di abbandonare il letto al mattino.
Con la playlist di spotify che ti dice quali siano stati i tuoi brani preferiti del 2018, è arrivato.
Il momento dei bilanci.

La consapevolezza delle cose che sono passate, di nuovi capelli bianchi, di rughe sul viso come cicatrici delle battaglie, quelle vinte, quelle perse. Ma, soprattutto, quelle dalle quali hai  imparato qualcosa.
Imparato sì, ma cosa?
A quale prezzo?

La lista delle letture che cresce e lascia indietro, sempre, qualcosa. Come del resto fa, sempre, la vita.
Va avanti, nonostante i punti lasciati in sospeso, le scadenze mancate, le promesse non mantenute.
Va avanti, grazie a nuove sfide, a piccoli eventi quotidiani, a speranze e sogni nei quali siamo disposti a credere.

è questa la ricetta della vita
disse mia madre
tenendomi in braccio mentre piangevo:
pensa agli alberi che pianti ogni anno,
t'insegneranno che anche le persone
devono appassire.

Rupi Kaur, il sole e i suoi fiori

sabato 15 settembre 2018

Poesia

Ho letto di una bella idea. Diffondere la poesia. Un assalto.
Subito un'incandescenza tra i pensieri, una luce da seguire, quale poesia scegliere? Quale soldato mandare in prima linea... Non sono stata, ancora, in grado di sceglierlo.
Così,  forse, lo salverò dal fuoco degli attacchi, sottraendolo, però a un futuro da eroe.

No. Non io, io non mi arrendo all'evidenza che, gli eroi, siano tutti morti.
Medaglie appuntate.
Non mi arrendo, perché li vedo, che fanno i conti a fine mese, che guardano la vacuità del frigorifero, che si tengono la mano e si scambiano un sorriso.
Mi vedo.

È mi chiedo cosa ci accomuni o ci renda così diversi. Che, poi, a pensarci è la stessa cosa.
Dipende da chi guarda.
Da cosa cerca e cosa trova nell' altro.
Cosa vedo io. Cosa cerco. Cosa trovo.

Che c'entra la poesia?

Avete mai ascoltato una vecchia raccontarvi del passato. Di un amore che la infiammava e che mai ha accarezzato.
Un vecchio che lascia andare lo sguardo oltre i nuovi condomini con finiture di pregio, oltre i giardinetti attrezzati, fino in fondo al suo ricordo fatto di mandorleti e vigne.
Una bambina che si specchia piroettando nel suo vestito da principessa e lo porta su, alle ginocchia, e gira e gira per trovare il modo di pedalare come il vento in quel turbinio di tulle e brillantini.
L'avete mai ascoltata la voce di un ubriaco, o la storia del drogato accanto a voi sull'autobus.
La voce che avete dentro. Che vi parla dal fondo dello stomaco come una gastrite o un poco più su, come volo di farfalle.

Ce l'avete.
Tutti.
Come la poesia.

È di tutti.

Di quanti l'hanno odiata convinti fosse solo l'ennesima inutile pagina da imparare a memoria per la gioia di una sadica maestra.

Di chi se l'è trovata dentro senza saperle dare un nome nel primo incrocio con il suo sguardo.

Di chi ha scoperto fosse la miglior spalla su cui piangere, il migliore abbraccio lontano dalle sue braccia.

Di chi pensa sia morta.

Di chi la cerca. 

Tra le foglie cadute e la sabbia del mare. 

In un bicchiere di rosso fermo. 

Nel fondo del caffè.

Nel primo buongiorno che rivolge al mattino.

Di chi la poesia, la trova ovunque.