Un anziano di fianco a me sbircia le pagine e mi chiede cosa stessi leggendo di bello, Harry Potter, rispondo e, mentre cerco rapidamente le parole per descrivere la mia lettura, "Fantascienza...quelle robe lì...", ho un sussulto "non si tratta di fantascienza ma di un mago, è come una fiaba..." "Signorina, lei ha bisogno di fantasia?" chiede dolcemente, e forse notando la mia espressione stupita prosegue " E chi non ne ha bisogno, di questi tempi!" ricambio il sorriso "Ma la cerchi nei suoi pensieri, si faccia le sue, di fantasie".
La porta dell'ambulatorio si apre, è il mio turno, mi volto solo ad augurargli una buona giornata. Lui, la mia, l'ha già migliorata.
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Le parole dell'uomo, il suo sorriso mi riportano a ieri, quando, grazie alle parole, che hanno rischiarato il grigiore e scaldato una domenica uggiosa, mi sono sentita a casa, come attorno a un focolare.
Le parole, dicevo, hanno prodotto un tale incanto che al ritorno a casa ho sentito l'urgenza di scrivere a chi lo ha reso possibile.
Parliamo, tanto, ogni giorno ma ben poco peso diamo alle parole che utilizziamo, anche quando di queste è fatto il nostro lavoro; così facendo le buttiamo via, le spogliamo del loro valore che, prima del significato è nel suono.
Ci dimentichiamo che questo dono, il parlare, è nato in noi con l'ascolto, con la capacità di modulare il suono e articolarlo in parole.
Siamo quello che ascoltiamo, fin dal primo momento in cui sviluppiamo questa abilità.
Sono le voci dei nostri cari, i rumori e i suoni che riconosciamo a creare una melodia familiare, a farci sentire a casa.
Con le parole costruiamo la nostra storia, come una lunga collana in cui ogni perla è una storia che abbiamo ascoltato e vissuto; sono le vite di chi ci ha preceduto, di chi ha percorso il cammino prima di noi.
Siamo il proverbio della nonna, l'infanzia del nonno, la canzone del papà, la ninnananna della mamma. Siamo i loro pensieri, i loro racconti. E, in questo tetro bosco che sono i tempi che viviamo, siamo Hansel che getta i sassolini per ritrovare la via.
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